Hazrat Azad Rasūl (r.a.) (1920-2006)

Hazrat Azad Rasūl (r.a.) nacque nella città di Kankroli nell’Udaipur, in India, nel 1920. Egli mostrò fin dall’infanzia un forte interesse per le ricerche spirituali. La sua mente in via di sviluppo ben presto venne assorta da domande di ordine esoterico: “C’è qualche potere oltre il piano fisico e mentale dell’esperienza umana? Dio esiste? Se Dio è Uno, perché le religioni differiscono?” Guardando la gente pregare, si chiedeva: “Le preghiere ricevono veramente una risposta? O hanno solo effetti psicologici?” Questi interrogativi assorbirono Hazrat fin dai suoi primissimi anni.

Gli indù hanno da lungo tempo ritenuto sacra la città di Kankroli, dove Hazrat passò gli anni della sua infanzia. Un grande tempio indù attirava là pellegrini da tutta l’India, dando al giovane Hazrat Rasūl l’opportunità d’incontrare molta gente pia ed erudita. Anche dopo essersi allontanato per portare avanti la sua istruzione, Hazrat tornava a Kankroli durante le vacanze estive. In gioventù, desiderava discutere i suoi interrogativi con i maestri spirituali.

Hazrat fece ingresso alla Jamia Millia University al primo ciclo e continuò a frequentarlo per tutta la durata degli studi accademici di primo livello. Abbinando i suoi impegni didattici con le inclinazioni spirituali, conseguì la laurea di primo livello. Successivamente proseguì fino a ricevere una laurea di secondo livello—questa, in pedagogia—dall’università di Allahabad.

Due professori alla Jamia Millia svolsero un ruolo importante nella vita di Hazrat. Il Prof. M. Mujeeb, insegnante di storia di Hazrat, aveva studiato a Oxford ed era autore di numerosi libri, incluso Indian Muslims. Hazrat descriveva il Prof. Mujeeb come “una amabile personalità”, un uomo che, malgrado non fosse formalmente un Sufi, possedeva la natura e il carattere di un Sufi. Più e più volte il Prof. Mujeeb disse ad Hazrat: “Ognuno cerca di prendere qualcosa. Tu dovresti diventare una persona che può dare qualcosa”. Queste parole s’impressero profondamente nel giovane, dando forma più tardi alla sua scelta di carriera. Un secondo professore che influenzò Hazrat fu il Dr. E.J. Kallat, un cristiano cortese ed erudito. Oltre ad insegnare l’inglese il Dr. Kallat supervisionava i programmi sportivi del college ed era allenatore della squadra di hockey. Hazrat, che era capitano di questa squadra, divenne stretto conoscente del Dr. Kallat. “C’insegnò un’importante lezione”, ricorda Hazrat. “Egli diceva: ‘Fate di voi stessi un uomo. Prima meritate, poi desiderate’. In altre parole, dovete qualificarvi prima di poter conseguire qualunque cosa”. Benché non fosse un musulmano, il Dr. Kallat prescriveva ai suoi allievi di “cercare di essere dei buoni, rigenerati musulmani”. Spesso invitava Hazrat a casa sua, dove erano soliti leggere e discutere brani biblici, oltre che di mistica cristiana e di altri argomenti.

Il rispetto del Dr. Kallat per le fedi diverse approfondì l’interesse del suo studente per tutte le religioni. Come spiega Hazrat, “Io sono musulmano per nascita, ma non sono stato sempre soddisfatto della religione che ho ereditato. Nel momento in cui sono diventato abbastanza preparato da dissociarmi da essa, ho intrapreso il sentiero della ricerca con mente e cuore aperto. Mi sono liberato dai vincoli delle autorità tradizionali e ho esposto la mia mente a tutte le influenze”.

Hazrat esplorò la validità di molti sistemi religiosi. Cercò la risposta alle sue domande nei testi sacri di diverse fedi, sostenne discussioni con dotti di religione e con atei, e si mise al corrente della filosofia moderna e della metodologia scientifica. Si appassionò talmente della Bhagavad Gita da leggerla più e più volte, imparandone anche a memoria delle parti.

Hazrat inoltre studiò e fece esercizio di pratiche spirituali nella speranza di determinare se qualche realtà più permanente fosse alla base del fenomeno chiamato “vita”. Esplorò yoga e Vedanta, bagnandosi nelle sacre acque del Gange, vivendo la vita di un brahmachari (un discepolo celibe e addestrato dello yoga), e impegnandosi in varie altre pratiche yoga. Egualmente s’impegnò a fondo nello studio accademico dell’Induismo. Il master in filosofia da lui ottenuto dall’Università Musulmana di Aligarth incluse una specializzazione sia nel pensiero induista che in quello musulmano.

Tuttavia l’aspirazione interiore rimaneva insoddisfatta. Hazrat non aveva ancora trovato il sentiero del quale andava in cerca. Dopo essersi guadagnato il master, Hazrat ricevette un’offerta di proseguire gli studi di dottorato negli Stati Uniti. Egli rifiutò. Deciso a seguire la direttiva del Dr. Mujeeb―dare piuttosto che prendere―entrò a far parte della Jamia Millia University, benché qualificato per posizioni più prestigiose e meglio pagate in qualunque sede. Molti dei suoi colleghi afferrarono l’opportunità di un miglioramento di status e di reddito. Ma Hazrat rimase nella nuova università che lottava per emergere, deciso a servire i suoi studenti anche a costo di venire ridicolizzato come un “idealista”.
L’impegno di Hazrat alla Jamia Millia rifletteva il suo credo che non possa esservi lavoro migliore che quello d’insegnare ai ragazzi e aiutarli a edificare il loro carattere. L’obiettivo della scuola era quello di preparare i giovani ad essere dei buoni cittadini, indiani patrioti e veri musulmani, non strumenti della “macchina britannica” che dominava l’India pre-indipendenza. Tutti gli insegnanti alla Jamia Millia lavoravano a questo fine e con zelo missionario.

A quel tempo, la Jamia Millia non riceveva sussidi governativi. Le sue entrate venivano solamente da concessioni, da donazioni, da aiuti della comunità e dalla didattica. Gli stipendi erano minimi. Hazrat guadagnava quaranta rupie al mese. Il Dr. Zakir Husain, vice-rettore e più tardi presidente dell’India, riceveva soltanto ottanta rupie. Gli insegnanti, tuttavia, reputavano il loro stesso lavoro una ricompensa. Svolgevano i loro compiti come un ufficio religioso e s’impegnavano nel lavoro per amore del lavoro.

Servire i ragazzi fornì uno sbocco al desiderio di Hazrat di trovare un significato nella vita. Egli continuava anche ad esplorare la natura dell’esistenza attraverso ricerche filosofiche e spirituali. La sua carica nella facoltà aveva fatto di lui l’associato del Prof. Mujeeb, e i due s’incontravano periodicamente per discutere del lavoro. Spesso erano soliti finire l’incombenza in una ventina di minuti e poi impiegavano un’ora a discutere di Sufismo alla luce del pensiero e della scienza contemporanea.

Ma a dispetto di anni di ricerca e di sforzi, Hazrat rimaneva deluso. Egli concluse nel suo cuore che la ricerca nella quale si era imbarcato era difficoltosa se non impossibile. Proprio quando Hazrat stava quasi per disperare, il suo amico R.R. Wahidi gli disse che il maestro Sufi Hazrat Shaykh Muhammad Sa‘īd Khān (r.a.) stava viaggiando nel loro territorio. Lo shaykh insegnava arabo in una scuola ad Azamghar (Uttar Pradesh) e stava arrivando per tenere un corso d’aggiornamento a Mathura, una città vicina a Vrindravan, non lontano da Delhi. Il Sig. Wahidi suggerì che Hazrat incontrasse lo shaykh Sa‘īd Khān (r.a.). Hazrat fu d’accordo. Guardando all’indietro anni dopo, egli disse: “Pensai ‘va bene, suppongo che dovrei andare. Forse potrò ricevere qualche orientamento da quest’uomo’”.

Hazrat giunse a Mathura con una sensazione di possibilità e di speranza. Arrivato alla moschea, fu guidato agli appartamenti dello shaykh. Si avvicinò alla stanza e vide una persona seduta, che indossava un abito semplice e un copricapo rotondo. L’uomo notò Hazrat e lo chiamò perché entrasse. Hazrat si fece conoscere con una lettera di presentazione, che lo shaykh lesse con approvazione.

Hazrat disse poi allo shaykh per quale motivo fosse venuto. Spiegò che era stato in cerca per molti anni e che aveva provato molti sentieri. “Se c’è qualcosa di reale nel vostro addestramento”, concluse, “vi prego d’istruirmi in esso. Ma se questo insegnamento è solo chiacchiera per piacere alla gente, preferirei piuttosto non perdere il vostro tempo o il mio”.

Avendo ascoltato tutto ciò, lo shaykh rispose: “Questo sentiero è solo un sentiero d’esperienza. Cominciate, e vedete cosa succede.” Questo fu tutto. Quella breve affermazione ebbe un impatto immediato. Hazrat ha detto: “In quel momento mi sentii distaccato dal mondo, e il mio cuore ebbe una forte propensione verso lo shaykh. Sentii amore nel mio cuore”. Allora e in quel luogo Hazrat richiese l’insegnamento allo shaykh Muhammad Sa‘īd Khān (r.a.).

Fin dall’epoca di questo incontro iniziale, Hazrat non vedeva l’ora d’incontrare lo shaykh di Shaykh Muhammad, Hazrat Hāmid Hasan ‘Alawī (r.a.). Le sue successive vacanze invernali gliene fornirono l’opportunità. Dopo aver passato il tempo con lo shaykh ‘Alawī (r.a.), Hazrat concluse che alla fine Dio aveva esaudito le sue preghiere. Era pienamente convinto di essere arrivato alla persona giusta e al sentiero giusto, la persona e il sentiero che avrebbero estinto la sua sete e soddisfatto la sua brama interiore. Così iniziò il cammino di Hazrat.

Nel Sufismo Hazrat trovò la soddisfazione che gli era così a lungo sfuggita. Egli trovò un più profondo significato anche nella religione nella quale era nato. Alcune decadi dopo, egli osservò: “Ora sono un musulmano non perché appartengo a una famiglia musulmana, ma perché ho scoperto l’Islam attraverso i miei stessi desideri, la mia ricerca e la mia esperienza”.

Hazrat fece pratica con lo shaykh Muhammad Sa‘īd Khān (r.a.) per trent’anni, passando il tempo con lui durante i viaggi e nella sua casa di Azamgharh. Hazrat si sforzava di essere recettivo alla guida e alle istruzioni dello shaykh; il suo shaykh rispondeva generosamente. Alla fine Hazrat ricevette il permesso d’istruire i ricercatori nei sacri e profondi insegnamenti di cinque Ordini del Sufismo: quelli Naqshbandī, Mujaddidī, Chistī, Qādirī e Shādilī. Finalmente venne il giorno in cui lo shaykh Muhammad Sa‘īd Khān (r.a.) gli disse: “Tutto ciò che ho ricevuto dal mio shaykh, l’ho dato a te. Ora attendi le benedizioni di Dio, perché il successo dipende dalla Sua misericordia e benevolenza. Non viene dallo sforzo che ci metti”. Citò poi il Corano: Allah concede le Sue benedizioni a chi Egli vuole.

Nei primi anni del suo cammino, Hazrat, come molti nuovi discepoli, sentiva l’impulso di dedicare tutto il suo tempo alla meditazione e alla preghiera. Tuttavia agli allievi del Tasawwuf  non viene richiesto di rinunciare al mondo; piuttosto, essi debbono essere “nel mondo, non del mondo”. Nel territorio familiare della vita di ogni giorno i condizionamenti, le inclinazioni e i modelli del ricercatore sono più profondamente impiantati, ed è qui che debbono essere superati. È anche qui che uno può servire Dio e la creazione di Dio. Quando Hazrat disse a Muhammad Sa‘īd Khān (r.a.) che desiderava lasciare il lavoro e dedicarsi totalmente alla pratica spirituale, lo shaykh gli proibì di farlo. Svolgere un lavoro terreno è essenziale per il successo nel cammino, spiegò. Hazrat continuò a lavorare come insegnante e alla fine divenne preside della Jamia Millia, congedandosi dopo trentasei anni passati alla scuola.

Nel corso della vita del suo shaykhHazrat rivolse i suoi sforzi al fine di rendere più accessibili gli insegnamenti Sufi. Lo aveva a lungo turbato il fatto che mentre persone da tutto il mondo venivano in India in cerca della verità, pochi scoprivano i benefici offerti dalla via Sufi. I più si orientavano verso le scuole meglio conosciute del Vedanta e dello yoga. Era facile trovare le tecniche: i guru giravano il mondo aprendo centri di pratica. I segni di un reale progresso, tuttavia, erano rari, soprattutto quelli di un progresso che riflettesse le necessità delle persone che dovevano vivere e lavorare nella società contemporanea.

Convinto che il Sufismo potesse soddisfare la cerca del moderno ricercatore, Hazrat concepì l’idea di una scuola che offrisse l’istruzione nei cinque principali ordini Sufi. Col consenso e la guida del suo shaykh, creò l’Institute of Search for Truth, situato a Delhi.

Negli anni più recenti, Hazrat ha stabilito diramazioni dell’Institute sotto il nome di The School of Sufi Teaching negli Stati Uniti, Canada, Australia, Nuova Zelanda, Bangladesh, Pakistan, Polonia, Regno Unito, Italia, Germania, Malesia, Singapore, Oman e Kyrgyzstan.

Questo breve bozzetto biografico lascia intravedere le qualità e i requisiti fondamentali di un allievo del Sufismo. La letizia, la fede, l’aspettativa e la sincerità di Hazrat Azad Rasūl sono comprovate chiavi di successo esteriormente e, soprattutto, interiormente. La sua capacità di trasformare ogni occasione in un’opportunità di crescita e di adorazione (‘ibāda) era un segno del vero Sufi.

Fin dai primissimi anni, Hazrat anelava a scoprire il significato e lo scopo della vita. Fece lo sforzo di rintracciare un maestro, e, una volta che ne ebbe trovato uno, perseverò nel seguire le direttive della guida finché raggiunse la sua meta. Nel frattempo, continuò ad adempiere i compiti terreni come marito, padre, nonno, insegnante, preside, capo della comunità e anziano stimato. Il congedo dalla sua professione non significò il ritiro dal mondo. Piuttosto, egli dedicò più tempo alla missione e al servizio spirituale, inclusa l’edificazione dell’Istituto, la costruzione di una moschea e di una khānaqāh (centro d’istruzione Sufi), e i suoi doveri familiari. Dai giorni in cui era uno scolaro fino ad oggi, la sua vita ha racchiuso quello che dovrebbe essere un Sufi.

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Hazrat Sayyid Abdul Bari Shah (r.a.) (1859 -1900)

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